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SHELLA MARZO


È tempo di shella marzo. Bambini e giovani (e non) si attrezzano per sfilare con lunghi strascichi di lamiere e bussolotti e shelle (campanacci): maggiore è il rumore, migliore l’effetto. Si tratta infatti di scacciare l’inverno, svegliando la primavera. Questa la tradizione che, a cavallo degli anni 50 – 60, rischiava di accartocciarsi su se stessa per scomparire. Era “tenuta in piedi” soltanto da un minipolo di testardi ragazzini (rigorosamente distinti tra piazza, cuba e contrade, che sfidavano il “malocchio” del Comune. Il shella marzo, infatti, creava qualche difficoltà al traffico (inesistente!) ma, soprattutto, lasciava tangibili segni di se (bussolotti e pezzi di lamiera grandi e piccoli, persi per strada), dei quali facevano le spese gli spazzini e probabilmente le gomme delle rare autovetture. Arrivò un sindaco (Marco Stefani) che, col suo primo anno di mandato (shella marzuolo) inopinatamente cominciò a lanciare, prendendole da un gran sacco, caramelle erga omnes. Quella volta ci fu dapprima un gelido sospetto (che ci vogliano accalappiare per punirci, usando a tradimento le caramelle?), poi (ferì più la gola che la spada) un parapiglia: mani che cercavano i piccoli colorati involti in mezzo ad asfalto, ghiaino e neve sporca e gelida; mani che più spesso si trovavano infilate sotto scarponcini altrui (che dolore!), piuttosto che sopra all’oggetto del desiderio. Una volta sì che le caramelle erano preziose!
Infine, all’epoca del Sindaco Stelio Benetti, si arrivò al pentolone con la cioccolata calda e alla vecchia da bruciare davanti al municipio. Shella marzo tornava a far parte delle tradizioni sacrosante. Si tratta di ricordi.

Ma come nacque questa tradizione? Bisogna intanto dire ch’essa non era prerogativa di Asiago. Ne ho trovato, tra l’altro, traccia dell’esistenza in quel di Laverda, nel ‘700, grazie alle carte raccolte dall’Abate Agostino Dal Pozzo - mai abbastanza lodato - per scrivere la storia delle singole località dei Sette comuni. Del bruciare la vecchia, poi, non ho memoria: almeno negli anni ’50 non si usava. Si usavano, qua e là, come avviene ancora in qualche località di pianura, accendere dei falò sopra eminenze, così da poter essere visti dai più.
Le leggende locali traducono la tradizione come, appunto, una rumorosa festa per sollecitare marzo a svegliarsi. Una canzone cimbra, che più non si sente, era coralmente cantata per riproporre con l’armonia del suono e delle strofe, e non soltanto col baccano delle schelle o delle vecchie pignatte e raganelle, il medesimo tema: la chiamata di marzo.

Ecco la canzone che ci tramanda il Baragiola (1908):

Shella, shella Marzo
Snea dehin
Gras dehear
Alle de Dillen lear
Suona suona Marzo
Via la neve
Qua l’erba
Tutti i fienili vuoti
Az der Kucko kuck
Pluut der balt;
Ber lange lebet
Sterbet alt.
Quando il cuculo canta
Fiorisce il bosco;
Chi vive a lungo
Muore vecchio.

Il tutto, per chi ne è protagonista e per chi vi assiste, ha il netto sapore di una gioiosissima festa… come quella che si suole (o si desidera) trascorrere in compagnia la sera dell’ultimo dell’anno. E’ qua che volevo arrivare. Vi è l’ipotesi, infatti, che la nostra chiamata di marzo altro non sia che l’adattamento alla cultura locale, aggiornata, del chiasso festoso legato alla sera dell’ultimo dell’anno. L’antico calendario romano prevedeva infatti che l’anno finisse con febbraio e, dunque, che quello nuovo cominciasse con il primo di marzo. In tutti e due i casi dunque vi è la “chiamata di marzo”, qui intesa come propiziazione o sollecitazione dell’avvento della primavera, là invece come apertura del nuovo anno.

Ma non bisogna dimenticare (cosa che invece fanno tutti i nostri storici, antichi e moderni, giovani e meno giovani) che alla stessa maniera funzionava il calendario della Serenissima. “More Veneto” era il tempo, il calendario Veneto che iniziava l’anno il primo di marzo. Dunque, l’ultimo di febbraio si festeggiava come fosse l’ultimo dell’anno. Il riferimento ai “nostri” storici non è casuale. Si legge in ogni dove che l’anno di dedizione dei Sette Comuni alla Serenissima è il 1404. Ma si dimentica che l’evento capitò nel mese di febbraio: dunque nel febbraio 1404 more Veneto, cioè nel 1405 A.D.!

Un discorso a parte merita “il bruciare” (prescindendo dall’uso del falò o della vecchia). Potrebbe voler sollecitare il solstizio di primavera e/o la distruzione di quanto di brutto lascia il passato, distruzione volta a sconfiggere le forze del male (il buio, il gelo; dunque la morte, cui accenna la canzone) con le forze del bene, cioè la luce ed il calore (il fuoco! ed è ovvio che, nell’antichità, di notte solo il fuoco può produrre tale effetto: dunque è in questa logica che può essere spiegata l’affermazione consequenziale, che sembra inutile, per la quale chi vive a lungo muore vecchio!). Chissà. Sono verifiche, ricerche e considerazioni che meritano maggior spazio. Spero intanto che qualcuno possa portare altre opinioni o confortare queste, nell’attesa della… Rogazione.


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